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SEGNALI POSITIVI, MA SU TUTTO IL PESO DEI RINCARI

Distribuzione e pubblici esercizi, che per alcuni mesi sono stati in grado di assorbire i rialzi, ora si trovano in difficoltà. Attesi provvedimenti e soluzioni governative

di Giuliana Valcavi

Segnali positivi sulle performance economiche del comparto della ristorazione, che nel corso del secondo trimestre di quest’anno ha fatto registrare una crescita in termini di fatturato del +67,9% rispetto al 2021 e del +9,8% rispetto al 2019. Secondo recenti dati FIPE, nel corso dell’ultimo anno però i titolari di bar e ristoranti hanno visto più che raddoppiare le spese per energia, elettricità e gas. Se nel 2021 un gestore di un piccolo bar spendeva 5.500 euro l’anno, nel 2022 le bollette supereranno i 12mila euro, sempre che nel corso dei prossimi mesi non si registrino ulteriori aumenti. Discorso analogo per quanto riguarda un ristorante: gli 11mila euro di costi energetici sostenuti nel 2021, quest’anno lieviteranno a 25mila. D’altra parte, a fine estate il prezzo del gas ha superato i 320 euro contro i 6 euro del maggio 2020. Per il secondo anno consecutivo quindi si conferma la forte frenata della nascita di nuove imprese (8.942 nel 2021) a fronte di un’impennata delle cessazioni di attività (23mila). Tra 2020 e 2021 le imprese che hanno chiuso i battenti sono oltre 45mila. Il lavoro resta l’emergenza più grave generata dal Covid: 193mila occupati in meno rispetto al 2019 e il 21% delle imprese lamenta di aver perso manodopera professionalizzata e formata. Per quattro imprenditori su dieci mancano candidati con competenze adeguate.

 

BOLLETTE IN VETRINA

In tutto ciò, al momento FIPE ha proposto una grande operazione di trasparenza a livello nazionale per mostrare ai clienti la situazione drammatica delle imprese che sta costringendo gli esercenti a dover scegliere tra gli aumenti dei listini, finora assai modesti, e la sospensione dell’attività in attesa di un intervento risolutivo da parte del governo. Parliamo di ‘Bollette in Vetrina’, che invita i gestori dei pubblici esercizi a mettere in bella vista le ultime bollette del gas e dell’energia elettrica, che mostrano cifre triplicate rispetto a un anno fa. «Questa iniziativa – spiega Aldo Cursano, vicepresidente di Fipe-Confcommercio – ha l’obiettivo di rendere trasparente cosa sta succedendo oggi a chi gestisce un bar o un ristorante anche nel tentativo di spiegare ai clienti perché stanno pagando il caffè un po’ di più con il rischio nei prossimi mesi di ulteriori aumenti. Con aumenti dei costi dell’energia del 300% si lavora con una pistola puntata alla tempia. Se il Governo non interviene, o si agisce sui listini o si sospende l’attività. Contiamo sulla sensibilità dei cittadini e dei clienti perché fare lo scaricabarile dei costi è proprio quello che non vorremmo fare». «Per questo Fipe-Confcommercio – aggiunge Cursano – ha chiesto al governo di potenziare immediatamente il credito di imposta anche per le imprese non energivore e non gasivore. Un credito di imposta del 15% per l’energia elettrica non è assolutamente adeguato agli extra costi che le imprese stanno sostenendo ora. Occorre però fare presto, altrimenti si rischia di innescare una spirale inflazionistica destinata a gelare i consumi».

“La categoria che ha subìto rincari più forti – spiega Giorgio Carlino, segretario di Rete Impresa Distributori Horeca – è quella relativa al food e ai prodotti della catena del freddo”

LA PRODUZIONE

Difficoltà per il caro energia, anche per il comparto produttivo, che secondo uno studio di Confindustria appare più grave in Italia che negli altri Paesi europei. Ciò è dovuto al diverso mix di produzione di energia elettrica, che per l’Italia deriva dal gas per il 49% contro il 15% della Germania e il 4% della Francia. Quindi, il sistema produttivo italiano sarebbe penalizzato vedendo aumentare i propri costi rispetto a quello dei Paesi competitor. I comparti più penalizzati sarebbero quelli più energivori, il settore metallurgico in testa. Meno il comparto alimentare, che però nel settore delle bevande deve confrontarsi anche con la carenza di CO2, che in alcuni casi alza considerevolmente i costi produttivi. Qualche speranza arriva dallo stanziamento di oltre 3 miliardi di euro per contenere i costi dell’energia elettrica e del gas naturale in favore delle utenze non domestiche previsto dal provvedimento governativo in Gazzetta Ufficiale del 30 giugno. Anche l’ipotizzato tetto al prezzo di gas stabilito a livello europeo potrebbe portare benefici, soprattutto quando nei prossimi mesi scadranno i contratti bloccati di cui molti utenti beneficiano. Inoltre, c’è chi parla di un maxi-decreto da 20-30 miliardi che comporterebbe uno scostamento di bilancio.

DALLA PARTE DEI DISTRIBUTORI

«La categoria che ha subìto rincari più forti – spiega Giorgio Carlino, segretario di Rete Impresa Distributori Horeca – è quella relativa al food e ai prodotti della catena del freddo. Per quanto riguarda il beverage, la birra confezionata è salita oltre il 3,5%, mentre sui fusti l’industria sta spostando le scadenze relative agli aumenti a fine anno o addirittura a gennaio 2023. Grazie al lavoro del mondo distributivo, i rincari si sono fermati intorno a una media del 10% (in particolare acque e succhi di frutta), minore che in molti altri ambiti. I locali ad oggi hanno scaricato già una parte di questi aumenti, ma credo che a breve saranno costretti ad applicare ulteriori rincari, a discapito del consumatore che già sta subendo il peso di un’inflazione sempre più incalzante. La forte incognita per il settore sarà l’autunno, che potrebbe veder convergere un acuirsi dei casi di contagio e una minore capacità di spesa del consumatore».

IL SETTORE BIRRA

Il rincaro delle materie prime e dell’energia sta preoccupando, come tutti i mercati, anche quello della birra. Lo conferma AssoBirra, l’associazione di Confindustria rappresentativa del comparto della birra e del malto in Italia, che anche nell’ultimo incontro con la stampa di luglio ha espresso tutta la sua preoccupazione e forti preoccupazioni per l’aumento dei costi di beni e servizi arrivano anche da Unionbirrai, l’associazione dei produttori di birra artigianali. Come indica AssoBirra, il settore brassicolo, che nel periodo pre-pandemia aveva generato quasi 9,5 miliardi di valore condiviso lungo tutta la filiera (comparto agricolo, produttivo, distributivo e di vendita) e ha perso nel 2020 quasi 1,4 miliardi di euro, ha assorbito in questi mesi quanto poteva, ma oggi la filiera non è più in grado di gestire ulteriori aumenti dei costi delle materie prime e delle utilities. I problemi per il comparto brassicolo derivano dall’approvvigionamento dell’orzo e di altri cereali. Attualmente la produzione di orzo in Italia provvede al 40% del fabbisogno e l’Ucraina e la Russia rappresentavano un’importante fonte di approvvigionamento in quanto insieme costituivano il 29% delle esportazioni mondiali di grano. L’Ucraina da sola rappresentava il 15% delle esportazioni di orzo a livello mondiale. Entrambi i cereali costituiscono la base di quasi tutte le birre prodotte nel mondo e la guerra in Ucraina, insieme allo scarso raccolto e all’aumento della domanda, ha portato a un’esplosione dei prezzi: gli aumenti medi per il prodotto proveniente dall’estero sono stimati nell’ordine del 34% sull’orzo, del 23% sul frumento e del 16% per il mais (dati maggio fonte AssoBirra) e secondo The Brewers of Europe, prima dell’inizio della guerra, il prezzo del grano era aumentato del 30% su base annua (22 febbraio 2021/22 febbraio 2022) e dopo l’invasione russa, il prezzo è aumentato di un ulteriore 20%, raggiungendo quasi il massimo storico. A fronte di uno scenario così incerto e complicato, indicano da AssoBirra, il settore deve chiedere che non si ritorni alla tassazione precedente la pandemia. In Italia la birra è l’unica bevanda da pasto a pagare le accise: un’anomalia che pesa su produttori, distributori e consumatori. «La scorsa Legge di Bilancio ha portato in dote al comparto birrario una riduzione di 5 centesimi sull’aliquota delle accise e agevolazioni per i birrifici artigianali fino a 60.000 ettolitri, ma soltanto per il 2022 – spiega il presidente Alfredo Pratolongo. – Questo intervento estemporaneo non è sufficiente per recuperare le perdite subìte nel periodo pandemico e innestare un nuovo percorso di crescita, soprattutto in un momento di rincari generalizzati e diffusi come quello che stiamo vivendo. Occorre prendere delle decisioni di lungo periodo che consentano alle imprese di tornare a investire sul proprio business e dunque a generare ricchezza per il Paese. Nel concreto, Governo e Parlamento devono continuare a intervenire sulla pressione fiscale, rendendo strutturali le diminuzioni richieste». Come indicato nella conferenza stampa di luglio, AssoBirra auspica che «Governo e Parlamento proseguano il percorso di riduzione della pressione fiscale perché un’azione in tal senso permetterebbe di dare impulso e sviluppo a un settore dinamico, ad alto tasso di occupazione giovanile qualificata, per lo più composto di eccellenze imprenditoriali: grandi, medi e piccoli birrifici, dal campo alla tavola, dalle materie prime al settore alberghiero e della ristorazione, fino alla distribuzione». «Il fattore prezzo – fa notare Mario Carbone, account director IRI – incomincia a diventare rilevante anche nel canale distributori Horeca, dove oltre agli effetti inflattivi dovuti ai rincari della materia prima e del packaging, assistiamo anche a un fenomeno di premiumizzazione, già iniziato in periodo pre-Covid, in tutti i mercati beverage e quindi anche in quello della birra. L’offerta di prodotti di valore più elevato si associa a una crescita qualitativa dei punti di consumo che in maniera sinergica spinge la crescita proprio dei prodotti a maggior valore. Infatti, le specialità birraria (trappiste, artigianali, abbazia, a elevato tenore alcolico, ecc.), che valgono 1/3 del mercato, crescono del 5% in più rispetto alla birra standard nonostante un prezzo anche doppio»

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